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Dragon Ball - The Sixth (fanfiction NON MIA)

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  • #16
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    The Sixth
    Part 02 - Make a Wish (parte prima)

    Piccolo atterrò al Santuario di Dio, il suo mantello immacolato che svolazzava al vento contro il cielo notturno. Si guardò intorno come se arrivasse lì per la prima volta, ma in realtà conosceva già fin troppo bene quel posto dove il suo alter ego, ora fuso con il suo corpo, era vissuto per secoli. “Piccolo!” esclamò Dende correndo incontro al guerriero verde seguito da Mr. Popo a breve distanza. “Ero preoccupato per te! Ho avuto un brutto presentimento mentre ero in meditazione e temevo fosse successo qualcosa di grave.. Forse l’aura che ho sentito comparire all’improvviso era solo una mia impressione?”. Piccolo non rispose. Fece qualche passo avanti, come se stesse saggiando il terreno sotto i suoi piedi. “Sì,” disse poi “credo sia successo qualcosa di grave”. “Davvero?” il giovane namekiano spalancò gli occhi “Pensi sia il caso di chiamare anche Goku e gli altri?”. Nonostante fosse il Dio della Terra, Dende continuava a provare un grande rispetto per quello che considerava essere il suo tutore e preferiva avere la sua approvazione qualunque decisione prendesse. “No,” replicò Piccolo “non ancora. Anzi, è meglio che loro non abbiano niente a che fare con questa storia. Dobbiamo sistemare il problema in maniera più pulita. Dove sono le Sfere del Drago?”. Dende esitò: c’era qualcosa che non lo convinceva nel comportamento di Piccolo. Aveva ammesso l’esistenza di un problema, ma non voleva parlarne. E riteneva che fosse così grave da dover usare le Sfere del Drago.
    Era passato molto tempo dall’ultima volta che le Sfere del Drago erano state utilizzate, quasi vent’anni. Dopo la sconfitta di Majin Bu, Dende aveva deciso che erano troppo pericolose per essere lasciate sulla Terra; aveva chiesto a Piccolo di ritrovarle e portarle al Santuario, in modo che potessero esservi custodite finché non si fosse veramente presentata una situazione di emergenza. I due namekiani aveva discusso a lungo in proposito: troppe volte, in passato, le Sfere erano state nelle mire di individui che avevano voluto sfruttarle per i loro fini, non ultimo lo stesso Piccolo. Sarebbe stato molto meglio che gli abitanti della Terra dimenticassero della loro esistenza e che restassero custodite nel posto più sicuro del mondo. Non doveva più accadere che una ragazzina ne trovasse per caso una nella cantina di casa e decidesse di cercare le altre per avere qualcosa da fare durante le vacanze. Le Sfere del Drago non dovevano più essere usate per motivi personali. Fu per questo motivo che Dende si insospettì: possibile che Piccolo gliele chiedesse senza nemmeno spiegargliene la ragione? Il giovane alieno si mise direttamente davanti il suo compagno più anziano: “Cosa significa che dobbiamo sistemare le cose in maniera pulita? Perché ti servono le Sfere del Drago?”. Piccolo sembrò risentirsi: “Non devo rendertene conto! Dimmi dove sono e basta!”. Adesso Dende era certo che ci fosse qualcosa di strano: quello non era Piccolo, poco ma sicuro. Mr. Popo, anch’egli visibilmente atterrito (il che era notevole, considerata la sua consueta mancanza di espressivit&#224, faceva correre lo sguardo da un namekiano all’altro, in attesa che qualcuno dicesse qualcosa che potesse sbloccare la situazione. A sbloccare la situazione fu la mano di Piccolo che gli si serrò sulla gola senza che lui nemmeno potesse vederne il movimento. Sollevando da terra il basso uomo nero senza apparente sforzo, Piccolo puntò lo sguardo su Dende: “Portami immediatamente le Sfere del Drago, se non vuoi che il tuo amico faccia una brutta fine!” sibilò mentre una luce omicida gli balenava negli occhi. Il giovane arretrò di qualche passo: “Chi sei? Tu non puoi essere Piccolo!”. “Chi io sia non ti deve interessare! Portami quelle Sfere senza fare storie”. Quasi a enfatizzare le proprie parole, Piccolo strinse la gola di Mr. Popo, estraendone un rantolo di agonia. “E va bene!” cedette Dende “Adesso vado a prenderle!”. Il Dio della Terra scomparve tra le colonne del Santuario, mentre si inoltrava nell’edificio principale. Per espressa richiesta di Piccolo, era meglio che solo Dende, e nessun altro, conoscesse l’esatta posizione delle Sfere: nessuno lo avrebbe ucciso per impadronirsene, perché la sua morte sarebbe stata la fine delle Sfere del Drago. Mentre il giovane namekiano percorreva i labirintici complessi di corridoi e scale che costituivano l’interno del Santuario, pensò che il suo brutto presentimento si era avverato nella maniera peggiore possibile. Piccolo doveva essere posseduto da un qualche tipo di agente esterno, non c’era altra spiegazione per il suo comportamento. Fortunatamente, Dende sapeva a chi rivolgersi.

    “Manca ancora molto?” chiese Marron cominciando a spazientirsi. “Ci siamo quasi” la tranquillizzò Trunks. Quel viaggio in macchina era un po’ troppo lungo per i gusti della ragazza. Stava incominciando a chiedersi seriamente se Trunks non si fosse perso. Erano partiti da circa un’ora dalla Città dell’Ovest e Trunks si era vantato di conoscere un ristorante come non se ne potevano immaginare a poca distanza dal centro abitato. Eppure, non erano ancora arrivati. Stavano viaggiando ormai da un pezzo su di una ampia strada di periferia, incrociando altre auto solo di tanto in tanto. Tutto ciò che c’era da vedere nel paesaggio erano degli enormi campi coltivati. Tanto più che il giovane presidente della Capsule Corporation non era esattamente un brillante conversatore e, nonostante fosse abituata a negarli di fronte a tutti, c’erano dei momenti in cui Marron doveva ammettere i suoi difetti almeno con se stessa. Quando riusciva a venire a patti con la propria testardaggine, cercava di compensare alle carenze del suo ragazzo. “Com’è andata sul lavoro?” gli chiese per rompere l’irritante silenzio che stava diventando intollerabile. Trunks si girò verso Marron quasi sorpreso: ma quando mai lei si era interessata al suo lavoro? “Oh, niente di che” rispose con distacco. Marron sospirò: la conversazione languiva, come al solito. Nonostante si vantasse sempre del suo ragazzo, certe volte le veniva da chiedersi perché stessero insieme. Certo, perché era stata lei a farsi avanti per prima: se avesse aspettato lui, avrebbe fatto in tempo a invecchiare. Ma valeva davvero la pena di portare avanti una storia simile? I suoi pensieri furono interrotti dalla brusca frenata dell’auto, che la fece quasi andare a sbattere contro il cruscotto. “Ehi!” gridò sollevando la faccia e lanciando un’occhiata di rimprovero a Trunks “Sta’ più attento, per poco…”. Non fece in tempo a finire la frase: vide il motivo per cui Trunks aveva inchiodato. Un uomo dal lungo mantello nero, con un’armatura blu cupo a proteggergli il corpo, stava levitando a pochi metri da terra proprio davanti a loro.

    “Non vale la pena di andare avanti!” sentenziò Chichi sporgendosi dal sedile posteriore dell’auto e afferrando Goten per un orecchio “È inutile che tu continui ad andare all’università se non hai voglia di studiare!”. “Ma dai,” la tranquillizzò Goku dal posto di guida “in fondo, si tratta solo di aspettare un paio di mesi! Non mi sembra una tragedia se questo esame gli è andato male!” “Tu sta’ zitto!” lo rimproverò la moglie “Non è solo per questo esame! Cosa mi dici di tutti gli altri? E poi, perché prendi sempre le sue difese quando lo sgrido?”. Goku si trovò spiazzato. Era il guerriero più forte dell’universo, eppure, quando si trovava a litigare con sua moglie, provava l’irrefrenabile desiderio di sparire. Voleva una scusa per potersene andare. E la scusa arrivò. La voce di Dende gli risuonò nella testa: “Goku! C’è un’emergenza! Ho bisogno di te qui, subito!”. L’auto frenò bruscamente, mentre le parole di Chichi si perdevano nel rumore delle ruote che stridevano sull’asfalto. “Prendi tu il volante” disse Goku rivolto a Goten “Io ho una cosa urgente da fare”. Un attimo dopo, era scomparso.

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    • #17
      Dende si avvicinò a Piccolo porgendogli un grosso fagotto grigiastro. Il namekiano più anziano buttò sprezzantemente a terra Mr. Popo e avvicinò cautamente una mano al fagotto. Spostando delicatamente alcuni lembi del panno, ne scoprì il contenuto. Le sette Sfere del Drago, le stelle scarlatte che brillavano debolmente nell’involucro arancione, erano tra le mani del Dio della Terra. Riavvolgendo il fagotto, Piccolo se le mise sotto braccio e si girò per andarsene. Non aveva ancora preso il volo, che una figura familiare si materializzò come dal nulla davanti a lui. “Allora?” domandò Goku all’amico “Cosa sta succedendo?”. Piccolo non impiegò molto a capire perché il Saiyan fosse lì. Si girò verso Dende: “Hai cercato di fregarmi, eh?”. “Goku!” esclamò il giovane namekiano “Piccolo è impazzito! Vuole rubare le Sfere del Drago!”. Goku si voltò il capo verso il guerriero dal mantello bianco: “Cosa significa?” domandò. L’unica risposta che ricevette fu una ginocchiata nello stomaco che lo fece volare lungo disteso. Rialzandosi a fatica, guardò quello che era stato il suo mortale nemico e uno dei suoi amici più fidati: “Ho capito…” disse “Sei posseduto da qualcuno o qualcosa, no? Un po’ come è successo a Vegeta quando era sotto il controllo di Babidy, vero?”. Un attimo dopo, i capelli di Goku esplosero verso l’alto in un lampo di luce dorata: “Vediamo se riesco a farti rinsavire”. Lasciando dietro di sé qualche piastrella infranta e un gran polverone, il Super Saiyan si lanciò sull’avversario; Piccolo lasciò cadere a terra le Sfere del Drago, mentre bloccava uno dopo l’altro le moltitudini di colpi che il suo opponente gli stava tirando. Sapeva bene che Goku non stava combattendo sul serio: il suo scopo doveva essere solo quello di immobilizzarlo per poi trovare un modo per poi riportarlo alla ragione. Pur rendendosi conto del proprio stato anomalo, però, il namekiano non aveva la minima intenzione di tornare ‘normale’. Ma questo non toglieva che la forza del Saiyan era superiore alla sua: non sarebbe stato facile sfuggirgli. Doveva inventarsi qualcosa.
      Goku lasciò partire un pugno diretto al viso; Piccolo lo bloccò al volo con la mano e lo strinse tra le dita. Poi, con una rapido movimento, fletté il braccio alle proprie spalle. L’arto del namekiano si allungò per diversi metri, portandosi con sé la mano imprigionata del Saiyan, che si trovò improvvisamente sollevato dal suolo. Non che la cosa lo preoccupasse più di tanto, ma non capiva il perché di quella manovra. Gli risultò chiaro solo quando la mano di Piccolo lasciò la sua. Il namekiano si chinò a raccogliere il fagotto con le Sfere del Drago e balzò giù dalla piattaforma che sorreggeva il Santuario di Dio. Già, Piccolo aveva voluto scappare; Goku non aveva dubbi in merito, mentre si lanciava al suo inseguimento volando a tutta velocità. Lo raggiunse quasi subito, ma, quando lo vide atterrare, fu tutt’altro che sollevato. La enorme velocità che i due avevano tenuto durante il volo aveva permesso loro di percorrere centinaia di chilometri in meno di un minuto; ora si trovavano molto più a nord, in un territorio di densa vegetazione di aghifoglie e di imponenti formazioni rocciose. All’insaputa di entrambi, non molto lontano di lì, molti anni prima, un mostro di nome Cell si era rifugiato sotto terra per completare la propria metamorfosi dopo aver compiuto un viaggio a ritroso nel tempo. Goku e Piccolo, ciascuno con i piedi su di un piccolo affioramento di roccia, si fronteggiavano in silenzio. “Cosa ti è successo?” domandò il Saiyan, che non riusciva a scrollarsi di dosso una sensazione di disagio opprimente, come se qualcosa di terribile fosse sul punto di accadere. Era più o meno la stessa cosa che aveva provato combattendo contro Freezer e Cell, ma, in quel preciso momento, non aveva senso. La paura euforica che lo attanagliava quando poteva combattere contro un avversario più forte di lui gli sembrava completamente fuori luogo in questa situazione. Non perché dubitasse della forza di Piccolo, ma perché era un suo amico. Non era affatto contento di combatterci insieme e non riusciva nemmeno ad avere veramente paura di lui. Si rivolse di nuovo al guerriero dalla pelle verde: “Perché ti comporti così? Piccolo, non mi riconosci più?”. Non fu il namekiano a rispondere, ma una risposta arrivò: “Lui ti riconosce. È per questo che si comporta così”. Una figura umana enorme era comparsa dietro Piccolo. La sua muscolatura imponente sembrava schizzare fuori dall’armatura scarlatta che indossava; i suoi bizzarri capelli neri con una striscia bianca in mezzo esercitavano uno strano contrasto stagliandosi contro la luna piena, quella stessa luna che era stata distrutta due volte e che due volte era stata ripristinata da Dio. “Chi sei?” domandò Goku rivolto al nuovo arrivato. Ma, almeno in parte, conosceva già la risposta. Era stato lui a causargli quella sensazione. L’aura di quel tipo, benché fosse trattenuta, sembrava essere semplicemente mostruosa. “Mi chiamo Disi” rispose il colosso mettendosi davanti a Piccolo e facendo un cenno con la mano al namekiano, che spiccò il volo verso nord. Goku sapeva benissimo che inseguirlo sarebbe stato inutile: quel tizio non glielo avrebbe mai permesso. “Cosa volevi dire poco fa?” gli chiese accigliandosi. “Semplice!” ribatté Disi “Il tuo amico è stato colpito dall’artiglio della Guerra Civile. Ora la sua natura è quella di rivoltarsi contro i suoi amici a vantaggio dei loro nemici ed è esattamente ciò che sta facendo…”. Goku restò per un attimo sbalordito: Cos’era questa storia? L’artiglio della Guerra Civile? Ma cosa significava? Stavolta, non ci fu il tempo per una risposta: Disi caricò il nemico senza ulteriori indugi.

      Piccolo atterrò sull’altipiano di Yunzabit. Davanti a lui, due figure umane lo stavano aspettando. Uno era Mesembria, colui che lo aveva colpito, colui che lo aveva indotto a rivelargli ogni segreto delle Sfere del Drago e ad andarle a rubare. L’altro era per Piccolo un completo estraneo. Eppure, fu lui a porgere il palmo teso verso il namkiano, come se si aspettasse di ricevere qualcosa. “Avanti,” lo incitò Mesembria con voce suadente “consegna le Sfere ad Adam”. Adam. Ecco come si chiamava. Piccolo obbedì e porse il fagotto all’uomo dall’armatura viola, che lo afferrò avidamente. Ne spostò qualche lembo e fu confortato al contare sette sfere. Fece un cenno con il capo a Mesembria. “Grazie mille” disse l’uomo dall’armatura bianca avvicinandosi al namekiano, la piastra metallica sul suo viso che scintillava minacciosa alla luce lunare. Un attimo dopo, senza nemmeno vedere quel movimento, Piccolo sentì uno degli artigli di Mesembria che gli squarciava il petto. Avvertì come una folata di aria gelida trapassarlo da parte a parte e capì che le unghie metalliche del suo nemico gli erano uscite dalla schiena. Quando il suo corpo fu gettato tra le voragini dell’altipiano, lui era già sprofondato nell’oblio; l’ultimo pensiero che gli passò per la testa era che il guerriero dall’armatura bianca aveva detto che uccidere era contrario ai suoi principi. E quasi si stupì che fosse una menzogna.

      (continua...)

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      • #18
        Molto ben descritto il capitolo! Come lo ricordavo del resto!

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        • #19
          Proseguiamo!

          The Sixth
          Part 02 - Make a Wish (parte seconda)

          Goku saltò verso l’alto, evitando per un pelo la carica furiosa del suo avversario. Da quando il combattimento era iniziato, Disi era diventato una macchina di distruzione inarrestabile: avanzava senza riguardo, bucando il terreno a ogni passo, sradicando alberi ogni volta che dimenava le mani. Buona parte della foresta di sempreverdi era stata rasa al suolo. Disi si girò rapidamente, seguendo il salto del suo avversario e sputando una raffica di energia scarlatta dalla bocca; intrecciando le dita, Goku respinse il colpo centrandolo al volo con entrambe le mani. Un attimo dopo, il suo avversario era a una manciata da centimetri dalla sua faccia. Mentre sentiva il proiettile di energia che aveva appena deviato infrangersi tra gli alberi, un pugno di potenza inaudita lo colpì al ventre. Il Saiyan si sentì sbalzato all’indietro come mai prima; il suo corpo impattò contro diversi tronchi d’albero in sequenza, abbattendoli uno dopo l’altro; quando, con un colpo di reni, Goku si rimise in piedi, Disi era esattamente davanti a lui. Balzò verso l’alto per evitare un nuovo pugno, ma vide quasi subito che il suo avversario se ne era accorto e stava già alzando l’altra mano per afferrarlo al volo per la caviglia. Con la freddezza che gli era derivata da anni di combattimento, Goku capì che non poteva permetterselo: era fondamentale aumentare la velocità di spostamento per evitare quella presa. La mano di Disi afferrò solo l’aria: non era stato preparato a quell’improvviso incrementò di rapidità. Quando il gigantesco guerriero si girò verso il suo avversario, vide che qualcosa era cambiato. I suoi capelli erano ancora più sparati verso l’alto e il suo corpo sembrava immerso in un turbinare di scariche di energia volante.
          Goku sogghignò: era un pezzo che non si trasformava in Super Saiyan 2 e gli faceva piacere incontrare un nemico che lo costringesse a questo. “Cominciamo il secondo round?” domandò. Non ricevette risposta, ma non fece in tempo ad accorgersene: il tacco di Disi lo colpì in piena mandibola, letteralmente ribaltandolo e mandandolo di nuovo a terra. Senza nemmeno vederlo, il Saiyan avvertì istintivamente che un pugno stava piombando su di lui, un tentativo di schiacciarlo al suolo. Il colpo di Disi centrò solo il terreno, mandando zolle di terra in aria, mentre il suo bersaglio iniziale saltava in alto e giungeva le mani piegando il busto: “Ka… Me”. Disi saltò a propria volta verso l’avversario. “Ha… Me”. Il gigantesco guerriero vibrò nuovamente il proprio pugno sul nemico; e di nuovo trapassò solo l’aria: con un teletrasporto istantaneo, Goku si riportò a terra, esattamente dietro il combattente dall’armatura scarlatta. “Ha!”. Un’ondata di energia azzurrina eruppe dalle mani di Goku, andando a schiantarsi contro il suo avversario. L’impressione che Goku ebbe di quella scena fu che l’Onda Kamehameha si fosse infranta contro un muro. Là dove il corpo di Disi si sarebbe dovuto trovare, l’energia del colpo deviava vistosamente, formando una pioggia di scie azzurrine che si espandevano in aria. Senza darsi per vinto, il Saiyan impresse più potenza all’Onda, seguendo con le mani la traiettoria discendente che portava il gigante a posarsi a terra, esattamente davanti a lui. Quando vide quello che stava accadendo, il Super Saiyan fu sul punto di terminare in anticipo il proprio colpo per lo stupore. Disi stava avanzando muovendosi in senso direttamente contrario a quello dell’Onda. Praticamente, la stava infrangendo andandoci addosso con il proprio corpo. Non era la prima volta che l'Onda Kamehameha si dimostrava inefficace, ma nessun avversario prima l’aveva affrontata sfondandola in quel modo. O meglio, Freezer aveva fatto qualcosa di simile, ma si era prima ricoperto con una barriera e poi aveva lasciato il centro dell’Onda quando questa si era fatta troppo potente. Fu principalmente lo stupore che impedì a Goku di difendersi dal calcio con cui Disi lo centrò in pieno stomaco, spedendolo a diversi metri in aria. Il guerriero in rosso guardò verso l’alto, aspettando con impazienza la caduta del suo avversario per potergli dare il colpo di grazia. Ma le cose dovevano andare diversamente. Goku era atterrato sul ramo di un alto albero e stava guardando il suo avversario dall’alto in basso: “E va bene!” esclamò “Se proprio vuoi che faccia sul serio, ti accontento subito!”. Un attimo dopo, un’esplosione di luce dorata frantumò l’albero; quando finalmente fu nuovamente possibile vedere il Saiyan, qualcosa in lui era cambiato. Le sopracciglia erano scomparse e i capelli erano diventati molto più lunghi. Il Super Saiyan 3, non avendo più alcun supporto sul quale appoggiarsi, stava ora levitando a mezz’aria; le ondate di energia che aveva sprigionato avevano dato fuoco agli alberi in un raggio di chilometri e, quando Goku toccò terra, i due combattenti si trovarono circondati da una minacciosa danza di fiamme ruggenti. “Confesso che, prima di te, solo Majin Bu mi aveva costretto a impegnarmi fino a questo punto” ammise il Saiyan “Però adesso è ora di finirla”. Con uno scatto in avanti, Goku volò contro il suo avversario, spingendo nel suo pugno destro tutta la propria forza. Anche stavolta, il gigantesco guerriero fu capace di spiazzarlo: si mise a correre verso di lui a propria volta. Quando i due avversari furono a una decina di centimetri uno dall’altro, Goku colse la follia omicida negli occhi del suo nemico. Quello di Disi non era odio, né rancore: era pura e semplice pazzia. Si muoveva in maniera praticamente automatica, travolgendo tutto quello che incontrava; non aveva alcuna tecnica, solo pura potenza. Una frazione di secondo dopo, il pugno del Saiyan si abbatté sul volto del guerriero in rosso; per un attimo, il difensore della Terra sorrise, convinto che il nemico avesse accusato il colpo. Ma la sua soddisfazione divenne quasi panico, quando il suo braccio si piegò sotto la pressione del volto di Disi: stava spingendo in direzione contraria al pugno e stava avendo la meglio. Un po’ per lo stupore, un po’ per la velocità del movimento, Goku non riuscì a difendersi quando il braccio del suo avversario lo centrò in pieno collo, spezzandogli il respiro e spedendolo contro uno degli affioramenti rocciosi. Mentre sentiva pietre e detriti franargli addosso, Goku avvertì chiaramente la presenza del suo nemico pochi metri davanti a lui: aveva intenzione di caricare direttamente tra le rocce che l’impatto con il corpo del Saiyan aveva frantumato, consapevole che non avrebbero potuto fermarlo; voleva venirsi a prendere il suo avversario senza lasciargli il tempo di reagire. Con uno scatto che stupì anche se stesso, Goku balzò fuori dalle macerie, stagliandosi contro la luna piena, mentre sotto di lui la foresta bruciava. Non riuscì a reprimere un senso di colpa vedendo quello che aveva fatto al pianeta che amava tanto, ma non era il momento di lasciarsi prendere dai sentimentalismi. Di nuovo, il Saiyan giunse le mani, di nuovo iniziò a cantilenare quella formula che tante volte gli aveva salvato la vita: “Ka… Me… Ha… Me…”. Non sapeva a cosa potesse servire un colpo che si era già dimostrato inefficace; stava solo tentando il tutto per tutto, ma era evidente che il suo avversario non fosse qualcuno che si potesse fregare due volte nello stesso modo. Tanto più che l’Onda Kamehameha non aveva funzionato nemmeno la prima volta. Poi, tutto accadde troppo velocemente perché Goku potesse rendersene conto. Quando lanciò le mani in avanti e terminò il colpo con il consueto “Ha!”, Disi era già di fronte a lui, spostatosi con una rapidità mai vista, il suo pugno destro che turbinava in un vortice di energia scarlatta. Il colpo si abbatté esattamente tra le mani di Goku, proprio nel punto da cui l’Onda stava per partire; il Super Saiyan 3 fece solo in tempo a sentirne il nome, mentre Disi lo gridava con voce tonante: “Giga-Quake!”. Un attimo dopo, le sue mani si separarono forzatamente e la sua guardia fu infranta da un’esplosione di energia rossa, come un terremoto che si abbattesse su tutto l’universo.

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          • #20
            Trunks deglutì vistosamente, mentre il tizio con l’armatura blu e il mantello nero levitava verso il basso, fino a posarsi delicatamente sulla strada. Poteva avvertire chiaramente la sua aura e questo lo rendeva nervoso. Scese dalla macchina e mosse qualche passo verso il nuovo arrivato. “Va’ via, Marron” disse senza nemmeno girarsi. “Aspetta un attimo!” protestò la ragazza “Chi è quello?”. “Non lo so,” replicò il giovane presidente “ma è meglio che me ne occupi io. Tu prendi la macchina e torna a casa”. Marron aveva già capito che quel tipo non era normale; d’altra parte, il concetto di normalità era piuttosto elastico per una giovane che, fin da piccola, aveva sempre visto i suoi genitori volare senza difficoltà. Ma l’uomo dal mantello nero era strano. Attorno a lui c’era un’aura di angoscia quasi palpabile; Trunks doveva avere avvertito all’istante la tacita minaccia che il nuovo arrivato si portava dietro. Marron capì che andarsene era la decisione migliore: non le piaceva l’idea di dover abbandonare il suo ragazzo, ma si rendeva conto che, restando lì, lo avrebbe costretto a proteggerla e sarebbe stata solo d’intralcio. Perché, anche se non riusciva a spiegarselo, sapeva che, di lì a poco, sarebbe cominciato un combattimento. Si mise al posto di guida e avviò il motore: “Sta’ attento” mormorò, più a se stessa che a Trunks.
            Mentre sentiva il rumore della macchina che si allontanava, il giovane mezzo Saiyan tirò un sospiro di sollievo: in realtà, quella mancanza di testardaggine non era da Marron. Ma era meglio così. Aveva intuito subito che l’uomo in armatura aveva intenzioni ostili, nonostante sul suo viso, quasi completamente nascosto dai lunghi capelli, campeggiasse un inquietante sorriso. “Chi sei?” domandò Trunks ostentando una calma che non aveva. “Sono Anaton, la Fame. Ti stavo cercando, sai?”. “Ne sono lusingato” rispose il giovane con sarcasmo “E posso sapere perché?”. Anaton fece spallucce: “A dire la verità, ero in viaggio per fare tutt’altro, ma ho avvertito la tua aura e volevo accertarmi di una cosa”. Un attimo dopo, l’uomo dai capelli neri e bianchi era scattato in avanti, in u attacco dalla velocità inaudita. Per qualche secondo, Trunks non poté fare altro che parare una raffica di calci e pugni che in più occasioni rischiò di infrangere la sua guardia; quando i due si divisero, il giovane presidente restò dominato dalla consapevolezza che il suo avversario non aveva usato che una frazione della propria forza. Lo aveva capito chiaramente, nonostante la breve durata dello scontro. E aveva capito anche di non avere speranze. Doveva trovare un modo per disimpegnarsi e soprattutto per avvertire i suoi amici di questo pericolo. Levitò fino a una ventina di metri di altezza e si guardò attorno. In ogni direzione, immensi campi coltivati si stendevano per chilometri. Il posto era isolato, ma quello non era un problema: suo padre e Goku avrebbero sicuramente avvertito la sua aura. Quello che preoccupava Trunks era altro: sarebbe sopravvissuto fino al loro intervento? E loro avrebbero potuto farci qualcosa? Sempre con quel suo irritante sorriso sulle labbra, Anaton levitò a propria volta fino alla stessa altezza alla quale Trunks si era fermato. Solo allora il giovane si rese conto di quanto poco minaccioso apparisse il suo avversario: lui non era alto (almeno in questo, somigliava a suo padre), ma quel tizio era anche più basso. E poi era esile, apparentemente gracile. Ma la potenza dei suoi attacchi non aveva niente a che fare con il suo aspetto. Trunks decise che fosse meglio attaccare per primi: non ci sperava molto, ma voleva provare a contare sull’effetto sorpresa. D’altra parte, c’era un solo modo per avere qualche speranza di colpire quel tizio almeno una volta. In un secondo, un lampo di luce dorata squarciò l’aria e il rumore tonante dell’energia del Super Saiyan si sprigionò dal corpo di Trunks. Mentre i suoi capelli scintillanti si alzavano verso l’alto, il giovane si lanciò sul nemico. Il suo primo pugno andò a vuoto: Anaton afferrò la volo il suo braccio e Trunks vide il mondo che cominciava a girargli vorticosamente attorno. Quando l’uomo dal manto nero lo lasciò andare, si sentì scaraventato con violenza nel bel mezzo di un campo, mentre attorno a lui si alzava un polverone che oscurava la vista. Cosa che gli sarebbe potuta tornare utile.

            Dalla sua posizione in alto, Anaton osservava divertito la polvere che si era alzata quando il corpo del suo avversario si era schiantato al suolo. Il suo divertimento fu ancora maggiore quando vide una raffica di sfere di energia dorate saettare fuori dal polverone dirette contro di lui: davvero il ragazzino aveva pensato di fregarlo in quel modo? Anaton non si degnò nemmeno di pararle: spalancando le braccia con un grido, espanse la propria aura attorno a sé e guardò ogni colpo che si infrangeva in una pioggia di scintille morenti contro la sua invisibile barriera. Poi, si accorse che il tizio dai capelli che cambiavano colore si era spostato sul suo fianco sinistro muovendosi a ipervelocità: l’uomo dal mantello nero parò con disinvoltura il calcio del suo avversario usando il braccio sinistro e rispose liberando una sfera di energia bluastra dal palmo della mano destra; il colpo centrò il giovane in pieno petto, spedendolo a sbattere contro uno dei pali della luce che costeggiavano la strada. Trunks cadde a terra, seguito a ruota dal palo. Si rimise in piedi, pronto a contrattaccare, ma il suo avversario era sparito. “Cerchi qualcuno?” gli chiese Anaton mettendogli una mano sulla spalla. Trunks rimase paralizzato dallo stupore per un attimo: il suo avversario era dietro di lui. Ma questa sua eccessiva fiducia in se stesso poteva trasformarsi in un’occasione che sarebbe stato imperdonabile perdere. Girandosi in un lampo, il presidente della Capsule Corporation tentò di colpire il nemico con un movimento del braccio, ma non fece che fendere l’aria. Anaton era già a una decina di metri di distanza. E sorrideva ancora. “Come pensavo” disse “Non mi ero sbagliato a valutare la tua aura. Tu non sei uno della stirpe dei Lilim, sei un Malkut. E senza sigillo, per di più. Non pensavo che ne esistessero ancora, credevo si fossero distrutti da soli… Ma possiamo rimediare subito”

            (continua...)

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            • #21
              Disi pare una versione iper pompata di Broly. Neppure un Super Saiyan III riesce a contenerlo.
              Se anche Anaton ha la stessa forza penso proprio che Trunks non abbia chanche.
              Malkut? Lilim? Che vuol dire? (O meglio, io me lo ricordo ma non lo dico perch+ sarebbe spoiler).

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              • #22
                cavoli complimenti, ho letto solo un pezzo per mancanza di tempo, ma è davvero interessante, vedo passione in cio che scrivi, ti faccio i miei sentiti complimenti, davvero
                .sigpic.

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                • #23
                  Puntualizzazione: come avevo scritto nel primo post (ma giova ripeterlo per rispetto del diritto d'autore) la fanfiction non è mia, ma di un ragazzo che risponde al nick di Ray.

                  La passione mi è venuta sì, però nel divorare questo racconto.

                  Fra l'altro mi piace molto questo linguaggio cabalistico-giudaizzante (Malkut, Lilim..), che ovviamente è una scelta voluta ed azzeccata!
                  Last edited by VirusImpazzito; 09 March 2012, 12:26.

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                  • #24
                    The Sixth
                    Part 02 - Make a Wish (parte terza)

                    Marron non era un’esperta in fatto di combattimenti: non le era mai interessato imparare le arti marziali, sebbene entrambi i suoi genitori fossero stati ben disposti a insegnarle qualcosa. Eppure, nonostante riconoscesse la propria ignoranza in merito, non faceva fatica a interpretare i clamori che sentiva e i bagliori che vedeva nello specchietto retrovisore come un segno del fatto che Trunks fosse in pericolo. “Così non va bene” disse senza nemmeno muovere le labbra. Non aveva mosso le labbra? Ma come aveva potuto parlare senza muovere le labbra? Non era stata lei a parlare! Ma chi altri, allora? Attraverso lo specchietto retrovisore, vide il bagagliaio aprirsi. Spaventata, inchiodò con l’auto e fu sbalzata in avanti. Un attimo dopo, il sibilo dell’airbag che si gonfiava, prima ancora di constatare la propria condizione, le disse che era illesa. Ma ci fu un’altra cosa che la sorprese. Sul sedile accanto al suo, scagliata in avanti dalla frenata improvvisa, c’era Pan. Marron spalancò gli occhi: “Ma cosa ci fai qui?”. La ragazzina frugò freneticamente nella propria testa, alla ricerca di una scusa plausibile. Non la trovò e decise di dire la verità: “Avevo bisogno di documentarmi. Volevo vedere cosa faceste tu e Trunks quando stavate insieme…”. “Come ti sei permessa?” Marron sembrò per un attimo dimentica della situazione “Ti rendi conto di quanto tu sia stata maleducata? Ti sei nascosta nel bagagliaio per spiarci e…”. La ragazza si fermò improvvisamente vedendo Pan che, apparentemente inconsapevole delle maledizioni che le venivano lanciate, faceva cenno di smettere con la mano. “L’aura di Trunks sta diventando sempre più debole” spiegò “Non può andare avanti così”. “Cosa sta succedendo?” domandò Marron in preda all’apprensione, afferrando Pan per il colletto della maglietta. “Non ti preoccupare,” rispose la nipote di Goku “adesso vado io a salvarlo!”. “Aspetta un attimo!” obiettò la ragazza bionda “Se non ce la fa Trunks, che è un Super Saiyan, tu non hai alcuna speranza”. Pan trovò difficile ribattere a quell’ipotesi, ma ricacciò in u angolo nascosto del proprio cervello qualsiasi considerazione assennata. Quello era il momento di uscirsene con un discorso eroico: “Sarà anche vero, ma non posso abbandonare un amico in pericolo – Pan non aveva mai avuto una grossa considerazione di Trunks, ma fece finta di interessarsi a lui – Devo andare per il bene di Trunks e dell’umanità intera!”. Sorrise soddisfatta, compiaciuta da quella tirata che le ricordava tanto i racconti di suo padre sulle gesta del nonno Goku (che non aveva mai fatto discorsi simili, ma questo era secondario). Un attimo dopo, si era già levata in volo.

                    Trunks si rimise faticosamente in piedi; i colpi di quel tizio erano mostruosi. La forza del tale che aveva detto di chiamarsi Anaton era semplicemente al di fuori di qualsiasi parametro. Sapeva di non potercela fare, lo aveva saputo fin dall’inizio. Mentre vedeva Anaton che si avvicinava a lui con passo misurato, il nero mantello che svolazzava sospinto dalle raffiche di vento che avevano cominciato a vessare la pianura, gli venne in mente qualcosa che era accaduto molto tempo prima. Ricordò di quando suo padre aveva sacrificato la propria vita per sconfiggere Majin Bu, un tentativo inutile ma che, nell’ottica di Vegeta, era stata l’unica soluzione possibile. E adesso? Quel tale non sembrava in grado di rigenerarsi: forse il trucco dell’esplosione avrebbe funzionato con lui. Trunks sospirò. Sapeva che, sacrificandosi per la vittoria, avrebbe causato dolore a tante persone. Sua madre avrebbe pianto per lui. Anche sua sorella. Anche la sua ragazza. E il suo amico Goten. E tutti gli altri compagni di avventure che conosceva praticamente da quando era nato. E anche suo padre. Chissà perché, faceva fatica a pensare a lui in un momento simile. Forse, una parte del suo cervello temeva ancora che Vegeta potesse essere davvero incurante come sembrava, che veramente non gli importasse di suo figlio. Trunks fu quasi sul punto di ridere di sé: fino a quel momento era stato sicuro che ogni suo dubbio in merito all’affetto che suo padre nutriva per lui fosse stato fugato nel vederlo rinunciare alla vita per amore della propria famiglia. Eppure, in quell’attimo fatale, le sue paure infantili stavano riaffiorando. Forse non si era mai sentito completamente approvato da suo padre; forse il fatto di avere sempre cercato di dimostrarsi forte ai suoi occhi lo aveva in realtà reso vulnerabile. Ma non voleva credere di essere solo un figlio nato per caso; non voleva credere di non avere la considerazione del suo genitore. Non ci aveva mai pensato molto prima di allora; non consciamente, almeno. E invece, adesso che sapeva di essere sul punto di morire, queste considerazioni stavano diventando pesanti come macigni. Sospirò e si preparò a raccogliere quello che restava delle sue energie.
                    Anaton si fermò a circa cinque metri di distanza da Trunks. Sempre con il suo sorrisetto irritante sulle labbra, puntò il palmo della mano destra verso il proprio avversario. “Sai cos’è questa?” domandò. “È la mia mano, ovviamente” continuò senza attendere una risposta “Questa mano sarà l’ultima cosa che vedrai, perché la userò per lanciarti contro il mio colpo più divertente. Si chiama Eternal Hunger e consiste nel far morire di fame l’avversario nel giro di qualche secondo. Con i Lilims, posso farlo solo con la forza del pensiero, ma l’aura di un Malkut senza sigillo è troppo forte per essere superata in questo modo: in breve, perché il mio colpo faccia effetto, ti devo toccare. Se ora vorrai avere la gentilezza di porgermi la tua mano, potremo sistemare la questione più velocemente, il che verrebbe a vantaggio di entrambi”. Trunks sospirò: le cose stavano andando anche meglio del previsto, ma non riusciva a esserne contento. Avanzando di qualche passo e tendendo la mano verso Anaton, pensò a tutte le persone che aveva conosciuto. Gli sarebbe piaciuto almeno salutarle prima di morire. Poi, si fermò all’improvviso. La foga della battaglia gli aveva impedito di pensarci fino a quel momento, ma adesso si stava chiedendo cosa significassero i termini ‘Malkut’ e ‘Lilim’ che Anaton aveva usato. E cosa poteva essere il ‘sigillo’ al quale aveva accennato? Prima che potesse pensarci ulteriormente, la mano del guerriero in blu fu sul punto di toccare la sua. Era il momento: Trunks afferrò il polso di Anaton e lo tirò violentemente verso di sé; passando alle spalle dell’avversario, lo avvinghiò tra le proprie braccia e cominciò a espandere la propria aura più che poteva. “Cosa speri di fare?” lo schernì l’uomo dai capelli neri e bianchi senza nemmeno tentare di liberarsi “Vuoi fare esplodere la tua aura per annientarmi? Fai pure, ma ti avverto che sarà inutile!”. Trunks aveva considerato questa possibilità, ma, arrivati a quel punto, sarebbe morto comunque: tanto valeva tentare tutto il possibile. Alzò lo sguardo al cielo per trarre un profondo respiro, l’ultimo della sua vita. E vide Pan che volava verso di loro. Maledizione! Non poteva usare la tecnica che stava preparando, o avrebbe coinvolto anche lei! Prima ancora che Trunks finisse di formulare questo pensiero, la mano di Anaton lo raggiunse, afferrandolo per i capelli e scagliandolo una decina di metri davanti a sé. Pan atterrò proprio tra i due. “Ma guarda!” esclamò Anaton sempre più divertito “Adesso combattono anche i bambini!”. “Non sono una bambina!” gridò Pan lanciandosi in un attimo contro l’avversario. Anaton si spostò di lato in una frazione di secondo; la ragazza finì con la testa tra le nere volute del mantello. Dando un deciso strattone, il proprietario del mantello stesso la scagliò in aria; un attimo dopo, la colpì con un pugno che la mandò a sbattere contro Trunks, che si era appena rialzato.

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                    • #25
                      Quando il giovane presidente riuscì a rimettersi in piedi, vide Anaton levitare a qualche metro sopra di lui. Fu distratto per un attimo da Pan, che si stava rialzando a propria volta, ma le parole del guerriero ammantato riportarono l’attenzione generale su di lui: “Questa inutile faccenda sta andando troppo per le lunghe. Non ho più voglia di usare l’Eternal Hunger, preferisco farvi fuori più velocemente. Un attimo dopo, una sfera di energia bluastra comparve sul palmo della sua mano. Con un rumore sibilante, partì verso il bersaglio. Mentre Trunks e Pan venivano inondati dalla luce che la sfera, in corsa verso di loro, emanava abbagliante, entrambi pensarono che morire in quel modo fosse davvero misero. Poi, come se qualche divinità avesse ascoltato i loro pensieri, qualcosa accadde. Una raffica di energia dorata centrò in pieno il colpo assassino, deviandone la traiettoria e mandandolo a infrangersi tra i campi. Istintivamente, tutti si girarono nella direzione da cui quell’energia era venuta. In piedi su di un lampione, i capelli biondi dritti all’insù e scariche di energia che crepitavano attorno al suo corpo, Vegeta guardava la scena con il suo abituale sorrisetto, quasi più irritante di quello di Anaton. “Che miserabile!” sogghignò il Principe dei Saiyan “Ti diverti a massacrare dei ragazzini? Perché non fai un po’ di esercizi di riscaldamento con me?”. Pan non trovò opportuno ricordargli che lei NON era una bambina.
                      Vegeta toccò terra tra suo figlio e Pan, a pochi metri da Anaton, che ormai aveva spostato tutta la sua attenzione su di lui. “Un altro Malkut senza sigillo?” commentò l’uomo dall’armatura blu “Ma quanti ce ne sono?”. “Non so di cosa tu stia parlando” replicò Vegeta mettendosi in posizione di guardia; poi, rivolgendosi a Trunks: “Vattene, mi sei solo d’intralcio. E portati dietro anche la ragazzina”. Trunks sorrise per un attimo. Suo padre era arrivato ad aiutarlo, anche se era sicuro che lui non lo avrebbe mai ammesso. Poi, tornò alla realtà: “Aspetta, papà, combattiamo insieme”. “No” sbottò Vegeta testardo “Questo qui lo sconfiggo io. Non osare intervenire, anzi, vattene!”. “Non se ne parla!” protestò il giovane presidente “Forse in due riusciremmo a batterlo, ma da soli non abbiamo speranza!”. Vegeta si fermò per un attimo, studiando l’avversario con occhio critico. Non gli ci volle molto per capire che non ce l’avrebbero fatta nemmeno in due: l’aura di quel tizio era mostruosa. Inoltre, era già da un po’ che stava avvertendo due potenti forze combattive scontrarsi non molto lontano da lì. Uno era sicuramente Kakaroth, alla massima potenza, per di più; l’altro doveva essere un amico del tizio che ora si trovava di fronte, perché le loro aure erano sorprendentemente simili, sia per il tipo di energia che emanavano, sia per la loro forza. E Kakaroth stava diventando sempre più debole. Stava avendo la peggio. Vegeta sospirò e si girò verso suo figlio: “Vattene” ripeté, stavolta senza il suo solito tono di rimprovero. “No!” ribatté Trunks sempre più deciso. “Ti ho detto di andartene!” esclamò Vegeta; ora la sua voce era ritornata a essere dura come sempre, il solito timbro che non ammetteva repliche. In quel momento, Trunks si rese conto di quanto raramente suo padre usasse quel tono con lui. “Non combatterò” si arrese infine “Ma resterò qui a vedere”. Poi, rivolgendosi verso Pan: “È meglio che tu ti metta al sicuro”. “Ma no!” si lamentò la ragazza “Posso essere d’aiuto anch’io, davvero!”. Senza una parola, Vegeta riportò la propria attenzione su Anaton. Una frazione di secondo più tardi scattò verso di lui, mentre l’asfalto sotto i suoi piedi si spezzava per la pressione del salto. Anaton parò senza difficoltà il pugno del Principe dei Saiyan, ma Vegeta non si fermò: aveva previsto quella reazione, il suo primo attacco era servito solo per saggiare l’avversario. Mentre il Super Saiyan continuava a tempestarlo di calci e pugni, Anaton non sembrava curarsi di quei colpi che riusciva a fermare con disinvoltura disarmante. Finché non decise che si era stancato. Con un movimento che nessuno riuscì a seguire, con un fluttuare del suo mantello nero, l’uomo dai capelli di due colori si sollevò in volo. Fino ad allora, non aveva fatto che indietreggiare, eppure era evidente che non si trovava in difficoltà: Vegeta si stava stancando rapidamente; la trasformazione in Super Saiyan 2 e il ritmo dei suoi attacchi stavano già chiedendo un pesante tributo alla sua resistenza. Al contrario, Anaton sembrava ancora fresco e riposato come quando aveva incontrato Trunks. Senza perdersi d’animo, il Principe dei Saiyan seguì il suo avversario, ostentando sicurezza: non doveva permettergli di capire in quale posizione di svantaggio si trovasse. Vegeta tirò un pugno con tutta la velocità di cui era capace, ma il suo attacco trapassò solo l’aria. Apparentemente senza nemmeno farci caso, l’uomo in blu si era spostato di lato e aveva afferrato al volo il braccio del suo avversario. Avvicinando pericolosamente il proprio volto a quello di Vegeta, Anaton gli sorrise beffardo: “Perché continui a trattenerti? Guarda che ho capito che non ti stai impegnando veramente”. Un attimo dopo, Vegeta si sentì scagliare a terra. Quando Trunks vide il corpo di suo padre schiantarsi tra i campi, capì che era finita. Se non ce l’aveva fatta nemmeno lui, significava che quell’avversario era davvero imbattibile. Eppure, Anaton non sembrava aver distratto l’attenzione dal suo avversario, nonostante paresse battuto. Trunks non impiegò molto ad accorgersi del motivo: l’aura di Vegeta stava aumentando sempre di più, stava crescendo in potenza come non sembrava nemmeno possibile. Da dove il corpo del Principe dei Saiyan era caduto, una colonna di luce abbagliante si levò verso il cielo, un inno dorato che salutava l’arrivo di un guerriero molto diverso da quello che era appena stato sconfitto. Grandi nuvole di polvere, sollevate dalle ondate di energia, fluttuarono in tutte le direzioni. Quando il polverone si dileguò, Vegeta era lì, in piedi dove era caduto, i capelli dorati che scendevano oltre la cintola e le sopracciglia scomparse dal volto. “Avevo detto che quello era solo il riscaldamento, no?” sogghignò rivolto al suo avversario “Adesso si fa sul serio”. Con una velocità che definire fulminea sarebbe stato riduttivo, il Super Saiyan 3 si lanciò sul nemico. Forse sorpreso da quell’improvviso aumento di potenza, Anaton non poté fare a meno di prendersi una ginocchiata in pieno stomaco; nonostante le piastre dell’armatura che lo proteggevano, non riuscì a non piegarsi. Una frazione di secondo dopo, le mani intrecciate di Vegeta gli si abbatterono sulla nuca, mandandolo a sbattere violentemente sull’asfalto, allargando grandi crepe sul manto stradale. Il Saiyan non fece nemmeno in tempo a sorridere: il suo avversario volò immediatamente alla sua stessa altezza. Con quel suo tipico sogghigno, Anaton puntò un dito verso il nemico: “Mi sembra giusto. È vero, avevamo detto che quello era solo il riscaldamento. Adesso farò sul serio anch’io, va bene?”. Vegeta assunse la sua posizione d’attacco. In quel momento, l’aura del suo opponente stava crescendo in maniera spaventosa. Nonostante il suo orgoglio per essere riuscito a diventare Super Saiyan 3, aveva la certezza di non potercela fare. Ma non voleva scappare. Voleva combattere. Il suo sangue di Saiyan ribolliva all’idea di poter affrontare un nemico tanto forte, ma non poteva evitare di provare una punta di paura. Anaton aprì le braccia in un gesto teatrale: “Arrivo!” esclamò preparandosi a caricare. La fronte di Vegeta era ora imperlata di sudore; vedeva il suo nemico sempre più vicino, lo vedeva volare verso di lui con le mani protese, pronto a ghermirlo in una morsa fatale. Si sentiva quasi paralizzato dalla mera potenza dell’aura del suo avversario. Poi, all’improvviso, Anaton si bloccò e lanciò un’occhiata oltre le sue spalle. “Cosa ci fai qui?” domandò all’uomo che era appena comparso, in piedi a braccia conserte sopra un lampione. Il nuovo arrivato, un tizio dall’armatura viola e il cui volto era nascosto da un pesante trucco, replicò: “Non è il caso di perdere tempo con questi Malkut. Il fatto che ce ne siano ancora non fa differenza, tanto è ovvio che non possono impensierirci”. “Sì, ma…” tentò di protestare Anaton. “Non discutere!” sbottò l’altro irritato “Sono venuto a chiamarti: torniamo immediatamente a Yunzabit, ormai abbiamo i mezzi per realizzare il nostro obiettivo”. Anaton sembrava essere in soggezione di fronte a quel tale: “Ma… e la faccenda per la quale sono partito?”. L’uomo dall’armatura viola sbuffò: “Se non ti fossi fermato a perdere tempo con questi Malkut, l’avresti già risolta da un pezzo! Comunque, ormai non è più necessario che tu faccia quella cosa; torniamo indietro”. Nel frattempo, percependo il pericolo, Trunks era volato accanto a suo padre, pronto a combattere se ce ne fosse stato bisogno: “Chi sei?” domandò, forse nella speranza di prendere tempo. Il nuovo arrivato sembrò accorgersi in quel momento della sua presenza. Squadrando il giovane Saiyan con i suoi occhi completamente neri, in cui una linea verticale scarlatta sostituiva le pupille, rispose: “Mi chiamo Adam. E voi adesso potete anche andarvene all’inferno!”. Adam sollevò il pollice, l’indice e il medio verso i due Saiyan: “Tabris Blaster!”. L’ultima cosa che Vegeta e Trunks videro fu un’ondata di energia violacea che li investiva in pieno.

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                      • #26
                        Adam e Anaton impiegarono solo pochi minuti a raggiungere di nuovo l’altipiano di Yunzabit. Disi, Arton e Mesembria li aspettavano lì. Appena Adam toccò terra, Mesembria gli porse il fagotto che conteneva le Sfere del Drago. Il guerriero dalla corazza viola fece qualche passo, finché non si trovò davanti alla luna piena, alta e splendente. Sorridendo, alzò il fagotto e, con un gesto quasi rabbioso, scagliò in aria le Sfere del Drago. In quel momento, Mesembria fece un passo avanti e pronunciò l’evocazione, così come l’aveva estorta a Piccolo: “Vieni, Dio Drago! Esaudisci il nostro desiderio!”. Prima ancora di toccare terra, le Sfere cominciarono a brillare; contemporaneamente, la notte si fece ancora più buia. Le sette Sfere iniziarono a turbinare vorticosamente in aria, girando su se stesse e avvinghiandosi su di un inesistente pilastro invisibile, formando una struttura che ricordava in maniera inquietante la doppia elica del DNA. Poi, sembrarono sparire nella luce, mentre nubi tempestose si addensavano sull’altipiano. Infine, fu tutto silenzio. Adam si guardò in giro. Secondo quanto Mesembria si era fatto dire dal tizio dalla pelle verde, a quel punto sarebbe dovuto apparire un drago. Ma dov’era? Proprio mentre stava per chiedere spiegazioni, le spire verdastre di un’enorme creatura serpentina comparvero tra le nubi. Poi, l’enorme testa del Dio Drago fece capolino, portandosi dietro il suo corpo sterminato. La creatura divina sembrò rivolgersi ad Adam: “Dimmi quali sono i tuoi desideri. Ne esaudirò tre qualsiasi”. “Addirittura tre?” domandò Adam sorpreso “Ebbene, comincia a esaudire questo: voglio che, a partire da ora, la luna di questo pianeta incominci a muoversi in modo che si schianti contro la Terra fra due giorni esatti”. Gli occhi del Dio Drago brillarono: “Desiderio esaudito. La luna ha cominciato ad avvicinarsi alla Terra e la collisione avverrà fra quarantott’ore esatte”. “Bene” sogghignò Adam “Però, mi sono reso conto che sulla Terra ci sono guerrieri che potrebbero distruggere la luna prima dell’impatto… Allora, questo è il mio secondo desiderio: fai in modo che la luna diventi indistruttibile!”. “Non posso farlo” replicò il Dio Drago “I combattenti che potrebbero distruggere la luna sono più forti di me, quindi non sono in grado di creare un effetto capace di contrastare i loro colpi”. Adam sbuffò seccato. “Va bene, allora facciamo così: rendi la luna immateriale fino al momento dell’impatto con la Terra. In questo modo, i colpi che le venissero lanciati ci passerebbero attraverso senza danneggiarla. E se qualcuno la distruggesse all’ultimo momento, annienterebbe anche questo pianeta”. Gli occhi della bestia divina scintillarono di nuovo di una luce rossastra: “Desiderio esaudito. Dimmi qual è l’ultimo”. Il guerriero dal volto truccato si grattò il capo. “Mah, non saprei” rispose “Direi che può andare bene così. Non mi serve altro”. “E sia!” rispose il Dio Drago “Addio!”. Un attimo dopo, le Sfere ricomparvero, per poi volare improvvisamente verso il cielo, dove le nubi erano sparite. Mentre il corpo del drago si smaterializzava, Adam vide le Sfere disperdersi in sette diverse direzioni. Poi, si girò verso i suoi compagni: “Bene, il più è fatto. Adesso possiamo passare alla seconda fase del piano”.

                        (fine secondo capitolo!)

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                        • #27
                          Uff... questa fanfiction non interessa più a nessuno?

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                          Working...
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